Ecco la lunga intervista di Michele Wad Caporosso alla Dava, che compare sul numero 114 di Rock Sound, questo mese (novembre) in edicola ... accattatevillo!
In questo clima di becchini, violini, visioni, paradiso e tombe, ..I Vallanzaska stanno morendo?
- Tutti i vivi stanno morendo. Non è forse vero che la vita non è altro che una lunga malattia mortale?
Il disco comincia con una Ninna nanna. E’ un modo per ipnotizzare da subito l’ascoltatore o cosa?
- Troviamo bello iniziare il disco con una ninna nanna che come prime parole ti sussurra “buona notte, domani devi andare a lavorare…”, che è l’antitesi dell’abbandono. E in effetti, come dici, ogni brano “di genere” ti conduce ad uno stato d’animo particolare, di genere appunto; la ninna nanna è un genere che porta un po’ allo stato ipnotico che induce a sua volta all’ascolto onirico. In questo caso del nostro disco.
Scherzi a parte il motto dei Vallanzaska resta ballare, salutare e…?
- incassare. E subito.
Che tipo di Cose Spaventose vi sono successe per portarvi a partorire un disco così?
- Credo che prendere coscienza del fatto che i Vallanzaska, con tutto il rispetto per tutti i gruppi ska italiani di ieri e di oggi, si siano distinti per avere innovato il genere aggiungendo creatività e influenze apparentemente azzardate, ti metta di fronte a una certa responsabilità. Nel nostro caso era quella di non seguire le ombre, anche se luminose, del precedente disco. Non certo perché non ci piaccia “Si si Si no No no”, anzi, ma perché avevamo proprio voglia di creare, più che ripetere. Insomma, siamo un gruppo ska, spesso il genere viene associato a cazzeggio e spensieratezza in modo eccessivo. In verità basta pensarci un attimo e si scopre quante sfumature possa avere la musica in levare. E per quante ne abbia, la voglia di sperimentare e sfidare il genere in sé con un writing molto personale come in “Cose Spaventose” era per i Vallanzaska tanto irrerisitibile quanto necessario.
Renè Vallanzasca è diventato famoso per la sua strana voglia di evadere, ma adesso è bello che chiuso in carcere. La carriera dei Vallanzaska continua a proseguire parallelamente al boss?
- La voglia di evadere c’è; pensare le carriere dei due Vallanzaska in modo parallelo è avvincente, non ci avevo mai pensato! Ma di fatto abbiamo scelto questo nome proprio per alcune affinità squisitamente fumettistiche che troviamo tra noi e lui. Naturalmente noi non siamo chiusi in carcere. In senso metaforico invece un po’ si. E le nostre sbarre, ciò che ci impedisce la totale libertà, è di non potere vivere di sola musica. Il problema non è naturalmente dovuto ad una scelta, ma al fatto che in Italia gruppi del nostro calibro, cioè gruppi richiesti in tutta l’Italia, pur mettendo in moto un vero e proprio business tra club e indotti in generale, il più delle volte a questo business non partecipa se non per il suo cachet, che alla fin dei conti non permette di viverci. I gruppi hanno le mani legate, come Renato Vallanzasca.
Più che un disco destinato alle radio sembra molto più diretto al pianeta reality non-reality del musical o della tv, no?
Tante radio mandano musica imposta da regole di mercato che finiranno per lobotomizzare le future generazioni, e la tv fa anche di peggio. Quindi più che un disco sulla tv veramente pericolosa, quella dei reality appunto, è un disco sulla morte, la morte culturale delle generazioni che cresceranno con i media sempre più invadenti. Generazioni che non avranno la capacità critica e la memoria di ricordare scenari alternativi al mondo che gli viene imposto, che ti suggerisce perfino i desideri che devi avere. Ma a parte lo scenario apocalittico i testi toccano temi vari, anche di spirito antimonarchico, che della serie, chi se ne frega. Ma dipende da come lo affronti! E poi ci sono canzoni come “Caravaggio” che è un piccolo record lirico e che in Norvegia è molto scaricato, non sappiamo ancora perché.
Come si è evoluta dal 1991 la scena ska italiana?
Si può considerare la scena del 1991 come quella più incredibile. C’erano Statuto, Persiana Jones, Strike, Casino Royale e Fratelli di Soledad che riempivano ognuno di loro spazi da 5000 persone a ogni concerto. Noi siamo nati proprio quell’anno, ma apparteniamo per esperienza ed età alla generazione successiva, quella dei Vallanzaska, Shandon, Matrioska, anni dove la scena italiana si è un po’ fusa con quella punk. Poi sono arrivati i Meganoidi che hanno rilanciato molto il genere; sono stati quelli più visibili e testa d’ariete per un pubblico molto ampio. Fino ad arrivare ai giorni d’oggi, ma ci vorrà tempo per capire che stiamo vivendo gli anni di determinati gruppi e quali. Roy Paci dà visibilità alla scena, anche i Bluebeaters, ma attraverso le cover.
Che rapporto hanno secondo voi le nuove generazioni con un genere, lo ska, che per assurdo in Italia sembra essere ‘vecchissimo’?
Posso dire quel che vedo ai nostri concerti, ma è chiaro, lì ci viene chi ci segue. In generale il pericolo è l’imposizione di standard radiofonici che esclude alternative, come lo ska. Noi come Maninalto! Records al MEI faremo, oltre ad un festival, una mostra sullo ska italiano e una tavola rotonda proprio per fare il punto della situazione. E scoprire come sta lo ska italiano, sia come gruppi che come attenzione generazionale.
Questo disco sembra essere molto affascinato da un mood sixties. E’ così?
I Vallanzaska sono un gruppo che tra Beatles e Rolling Stones sceglie i Beatles. Per i suoni e per l’inventiva. E la strumentazione che abbiamo adottato per registrare “Cose Spaventose”, la microfonatura adottata, sono molto sixties.
C’è di più? Quali altri tipi di influenze, internazionali o italiane, hanno toccato Cose Spaventose?
Per una volta abbiamo sentito un’influenza extra musicale. Quella cinematografica di Tim Burton. Ma anche le raccolte di Tropicalia che abbiamo sentito sul furgone per mesi hanno influenzato il disco, soprattutto nei suoni. Poi la musica orchestrale, le cover band e gli Specials.
L’Invenzione di un genere proprio, nel caso dei Vallanzaska, come si evolve?
-La vera difficoltà per un gruppo è avere un genere proprio. I Vallanzaska fanno ska, che è un genere condiviso, ma all’interno di questo hanno sicuramente uno stile molto riconoscibile. “Cheope”, “Si si si no no no” sono canzoni tipicamente Vallanza, ma diverse tra loro e distanti 7 anni. In “Cose Spaventose” riconosci che le canzoni sono Vallanza, eppure hanno qualcosa di diverso. Il genere proprio si evolve quindi esplorando, senza dimenticare il filo d’Arianna. Dicono che abbiamo fatto l’”horror ska”.
Se agli ascoltatori consigliate di portare questo disco nella tomba, voi invece cosa vi portereste lì dentro?
- Quello dei Tokio Hotel, così dovremmo uscire per forza.
Sembrate cresciuti a pane, Tim Burton, Madness ed Elio e Le Store Tese. Ma c’è anche qualcosa di nuovo che vi sta toccando?
- Aggiungerei Jannacci , Cochi e Renato, i Gufi.
Ska, fiati, swing e rochenroll sono il passato dei Vallanzaska. Il futuro, o qualche pezzettino del presente, potrebbe essere influenzato da qualcosa di tecnologico?
- Perché no? In verità ogni influenza musicale è permessa, ma deve essere giustificata, non inserita per moda o per becera emulazione.
Riuscite a spiegare in due parole qual è il senso dei 5°sensi?
E’ uno strano inno ai sensi e un gioco di parole legato al testo. Un saggio dice al figliolo che tutto ciò che vede, sente, gusta etc, un giorno sarà suo, con l’orgoglio di chi mostra l’Eredità. Ma il saggio mostra al figlio solo morte, cinismo e miserie della vita. Per cui i cinque sensi assumono un nuovo significato, un nuovo senso: farti vedere e percepire lo schifo. Il fatto che poi il saggio, oramai anziano, in verità non stia parlando con suo figlio ma con uno sconosciuto perché è oramai rincoglionito e con i 5 sensi affievoliti, ribalta ancora il senso dei 5 sensi.
La strada della demenzialità è facilmente apprezzabile dal pubblico secondo voi? Cioè essere ironici può rendere un suono più piacevole?
- Dipende, se l’ironia è di buon livello allora può anche rendere un suono più piacevole, al contrario stanca. La musica è capace di rappresentare molte altre emozioni, tutte belle, ma rimane fondamentale la qualità e la purezza dell’emozione che intendi interpretare, ironia compresa.
Quindi Com’è la storia dello scopiazzamento del video di Licantropite da parte di Fat Boy Slim?
Lo Studio 180 di Amsterdam, quelle di famose pubblicità di marchi sportivi, ci ha chiamato in Olanda per fare il video di “Licantropite”, canzone di cui hanno apprezzato molto il testo. Il video, molto particolare per alcune trovate di post produzione e di costumi, è possibile vederlo su youtube. L’anno seguente Fat Boy Slim esce con un nuovo singolo: “Wonderful night”. Il video che lo accompagna, anch’esso facilmente vedibile su youtube, copia la stessa sceneggiatura del nostro precedente video, ma non solo. Le soluzioni grafiche di post produzione, il costume del licantropo, e addirittura alcune scene e gag girate da noi sono rifatte con lo stampino dal grande dj. Credo che qualcuno dello staff dello Studio 180 abbia semplicemente rivenduto l’idea a Fat Boy Slim, essendo Amsterdam una piccola capitale di giovani e intraprendenti videomaker ben collegata con i big della musica. Oppure lui l’ha visto, gli è piaciuto e l’ha copiato.
Farsi pubblicità nella canzone (Mongolfuori) è un sintomo che ormai la comunicazione e la promozione si incastrano in ogni angolo delle cose che diciamo e facciamo? Cioè i veri cartelloni pubblicitari siamo noi stessi?
- Eravamo in studio ed essendo “Mongolfuori” l’ultima canzone che abbiamo inciso, ci è venuto spontaneo fare una cosa nuova, cioè salutare l’ascoltatore da dentro la canzone. Ma non è vera pubblicità, tanto è vero che nominiamo uno sponsor inventato, la Birra Alzheimer, la Birra dei Vallanzaska. Ma è vero che i cartelloni pubblicitari siamo oramai noi stessi. Pubblicizzare se stessi non è un fatto negativo, ma il discorso è molto delicato. Se giri per le città vedi orde di ragazzi sandwich. Vestono magliette con enormi marchi stampati, e non fanno altro che pubblicità a grosse aziende che li hanno convinti che sono dei fighi pazzeschi.
Parlatemi di Maninalto e della situazione attuale, dal vostro punto di vista, della discografia indipendente italiana..
La Maninalto! è la nostra etichetta con la quale produciamo anche altre band. E’ nata per necessità, nel senso che dopo anni di collaborazioni con altre labels, avevamo capito che potevamo anche fare tutto da soli. Tanto è vero che oramai siamo anche agenzia di booking per noi e per altre formazioni. Si vendono sempre meno dischi, ma oramai offriamo anche la distribuzione digitale. Il futuro è incerto, ma noi ce la stiamo mettendo tutta. Se il livello qualitativo degli spettacoli live è alto, credo che il futuro sarà proprio vendere spettacoli di qualità.
Come continua una storia che continua?
- Continuando a farla continuare.
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